La maggior parte della gente dedica più tempo a evitare i problemi che a tentare di risolverli

La maggior parte della gente dedica più tempo ad evitare i problemi, che a tentare di risolverli (H. Ford)

domenica 8 marzo 2015

Appalto-Responsabilità del costruttore-Mancato rispetto norme isolamento acustico-Non sussiste.

 

A mio avviso la migliore sentenza in materia di requisiti acustici degli edifici, in quanto è l’unica che analizza compiutamente tutta la normativa e ne approfondisce l’ambito applicativo. 

Trib. Firenze Sez. III, Sent., 17-03-2014 (Dott. Alessandro Gherlandini)

(…)

2.2) la normativa in materia di acustica e la sua applicabilità alla fattispecie.

E' poi da escludere la responsabilità del costruttore quanto al mancato rispetto in sede di costruzione dell'edificio della normativa in materia di isolamento acustico.

La   questione,   già   valutata   in   sede   di   ATP,   non   è   stata   fatta   oggetto   di accertamento peritale in sede di CTU nel corso del procedimento di merito, alla luce  del  disposto  di  cui  all'art.  15,  I  co.  lett.c),  L.  n.  96  del  2010  (legge comunitaria 2009), il quale aveva nella sostanza sospeso l'efficacia nei rapporti tra privati della disciplina statale in materia di inquinamento acustico di cui alla L. n. 447 del 1995, così come modificata dalla L. n. 88 del 2009 (che ne aveva sospeso l'applicazione per i rapporti sorti dopo l'entrata in vigore della modifica, con  conseguente  applicabilità  della  stessa  per  quelli  sorti  precedentemente, come nella fattispecie).

L'art.   15   citato,   infatti,   disposizione   qualificata   norma   di   interpretazione autentica e quindi avente efficacia retroattiva, aveva infatti previsto l'inapplicabilità   tout   court,   anche   per   i   rapporti   pregressi,   della   normativa statale in materia acustica, e di quella di cui al D.P.C.M. 5 dicembre 1997 sui requisiti acustici passivi degli edifici, nei rapporti tra privati.

La relativa questione era pertanto divenuta, causa lo ius superveniens, sostanzialmente irrilevante.

La problematica in oggetto è invece tornata di attualità a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 103/2013, la quale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del citato art. 15, comma I, lett. c), per irragionevolezza, non trattandosi, secondo il Giudice delle Leggi, effettivamente di norma di interpretazione   autentica,   bensì   di   disposizione   innovativa,   e   perché   la retroattività  di  essa  "produce  disparità  di  trattamento  tra  gli  acquirenti  di immobili in assenza di alcuna giustificazione, e favorisce una parte a scapito dell'altra, incidendo retroattivamente sull'obbligo dei privati, in particolare dei costruttori-venditori, di rispettare i requisiti acustici degli edifici stabiliti dal D.P.C.M. 2 dicembre 1997, di attuazione dell'art. 3, comma 1, lettera e), della L. n. 447 del 1995".

Allo stato deve pertanto ritenersi, attesa la efficacia retroattiva delle sentenze di accoglimento della Corte Costituzionale, che la violazione delle disposizioni in materia   di   acustica   negli   edifici   abbia   tuttora   rilevanza   sotto   il   profilo contrattuale od extracontrattuale anche nei rapporti tra privati (ferma l'inapplicabilità di tale disciplina per i rapporti sorti dopo l'entrata in vigore della novella di cui alla L. n. 88 del 2009) .

Ciò posto, ritiene peraltro il Tribunale, che, sulla base del decisum della Corte, non possa aprioristicamente affermarsi la incondizionata operatività delle citate disposizioni   nei   rapporti   tra   privati   sorti,   come   nella   fattispecie,   in   epoca pregressa.

Malgrado che su tale questione di diritto, così come in ordine alla rilevanza della citata sentenza del Giudice delle Leggi, gli atti difensivi siano del tutto silenti, è necessario in questa sede evidenziare i termini giuridici della questione.

Il  riferimento  normativo  fondamentale  è  infatti  il D.P.C.M. 5.12.1997.

Trattasi di atto normativo  con cui  sono stati  indicati i requisiti  acustici passivi degli edifici con i relativi valori limite, emanato in osservanza degli artt. 2 e 3 della L. n. 447 del 1995 ( "legge quadro sull'inquinamento acustico").

Esso stabilisce i principi fondamentali in materia di tutela dell'ambiente esterno e dell'ambiente abitativo dall'inquinamento acustico, prevedendo le specifiche competenze in materia dello Stato, delle Regioni e dei Comuni.

In  particolare,  allo  Stato  è  attribuita  la  competenza  in  materia  di determinazione, tra l'altro dei requisiti acustici passivi degli edifici e dei criteri per la progettazione, l'esecuzione ed la ristrutturazione delle costruzioni edilizie e delle infrastrutture ... ai fini della tutela dall'inquinamento acustico (art. 3 lett. a), e) ed f))

Alle Regioni è poi attribuito il compito di definire con propria legge regionale a) i criteri  con  i  quali  i  comuni.  procedono  alla  classificazione  del  territorio;  b)  i poteri sostitutivi in caso di inerzia dei comuni.; le modalità, scadenze e sanzioni per  l'obbligo  di  classificazione  delle  zone  per  i  comuni  che  adottano  nuovi strumenti urbanistici...; ecc..... (art. 4)

Infine ai Comuni è assegnata (art. 6) , tra le altre, la competenza per l'adozione di regolamenti per l'attuazione della disciplina statale e regionale per la tutela dall'inquinamento acustico (lett.e), nonché le funzioni di controllo, da effettuarsi in via preventiva all'atto del rilascio dei permessi di costruzione (arg. Ex art. 6 lett.d).

Da questa serie di disposizioni "a cascata" si può verificare come spetta:

1. al legislatore statale dettare le "norme cornice", ivi comprese quelle tecniche
(vedi DPCM), entro le quali si deve muovere la legislazione regionale;

2. a sua volta, alla legge regionale il potere di fissare le norme valide per il suo territorio nell'ambito della legge quadro;

3. ai comuni, infine, il potere - dovere recepire l'impianto normativo composto attraverso l'introduzione di esso nei regolamenti comunali, dandone attuazione e svolgendo le funzioni di controllo.

Alla   luce   di   tale   impianto   normativo,   tenuto   conto   della   ripartizione   di competenze  tra  Stato  ed  Enti  Locali,  e  del  ruolo  centrale  dei  Comuni  per l'attuazione della disciplina statale e regionale per la tutela dall'inquinamento acustico (art. 4 lett. E), ritiene il giudicante, che le disposizioni di cui al DPCM in esame, ed in generale di tutta la normativa statale e regionale emanata in esecuzione della Legge quadro, non abbiano efficacia diretta né nell'ambito dei rapporti pubblicistici inerenti l'esercizio dello ius edificandi, e quindi nei procedimenti   amministrativi   per   il   rilascio   di   titoli   per   l'edificazione,   né, tantomeno in quelli privatistici, se non dal momento del loro recepimento nei regolamenti comunali di attuazione.

Sotto il primo profilo deve infatti ritenersi che il Comune, in assenza di apposito regolamento edilizio, od altro atto normativo comunale equivalente che ne recepisse  il  contenuto,  non  potrebbe  legittimamente  condizionare  il  rilascio  di un permesso di costruire al rispetto della normativa tecnica statale o regionale in materia di inquinamento acustico.

Il dettato della Legge quadro sul punto non sembra consentire spazi per una diversa  interpretazione,  nella  misura  in  cui  rimette  alla  normazione regolamentare del Comune la concreta attuazione della disciplina statale (e regionale).

Ciò posto, appare allora assai discutibile sotto un profilo di coerenza sistematica ritenere  che  il  mancato  rispetto  di  tale  normativa  abbia,  a  prescindere  dalla previa attuazione e/o recepimento da parte del Comune, comunque rilevanza nell'ambito dei rapporti tra privati, con conseguente responsabilità contrattuale od extracontrattuale a carico della parte venditricie  rispetti i limiti di cui al citato DPCM.

La legge quadro n. 447/95 infatti appare essere più un atto normativo organizzativo e programmatorio, diretto a coinvolgere gli enti pubblici territoriali nella tematica in questione, che un atto normativo finalizzato a ridefinire con norma di immediata efficacia, a prescindere dal suddetto recepimento in atti normativi comunali, i contorni ed i contenuti dei rapporti privatistici in punto di qualità delle nuove costruzioni edilizie.

In sostanza il Legislatore del 1995, consapevole del sovrapporsi in materia di competenze  legislative  anche  regionali  (che  si  sono  poi  "rafforzate",  con  la riforma costituzionale del 2001) ha ritenuto opportuno, considerata anche la rilevanza degli interessi in gioco e la ricaduta che l'adozione di sistemi diversi e più  costosi  di  costruzione  possa  avere  per  gli  operatori  del  settore,  rimettere alle singole amministrazioni locali la concreta attuazione delle disposizioni in materia di tutela dall'inquinamento acustico.

Non appare convincente invece il ritenere che vi sia stata la precisa intenzione di modificare la disciplina degli interessi privati comunque coinvolti, perché, diversamente,  sarebbe  stato  assai  più  logico  novellare  direttamente  il  codice civile, ovvero intervenire con separata legge speciale (e non con legge quadro, ai sensi dell'art. 117 Cost.) .

D'altra  parte,  laddove  il  Legislatore  ha  inteso  dare  immediata  attuazione  e cogenza erga omnes alla normativa tecnica statale sui valori limite dell'inquinamento acustico, ciò è stato fatto in modo esplicito, così fugando ogni dubbio in materia.

Così nel D.M. 3 dicembre 1999 (Procedure antirumore e zone di rispetto negli aeroporti)   all'art.   6,   è   espressamente   previsto   che   i   nuovi   insediamenti realizzati  nelle  aree  di  rispetto  devono  attenersi  alle  prescrizioni  di  cui  al D.P.C.M. 5 dicembre 1997.

Prevede   infatti   tale   disposizione   che   "Per   gli   usi   del   suolo   negli   intorni aeroportuali, i piani regolatori comunali e loro varianti sono adeguati alle indicazioni di cui all'art. 7, comma 1, del D.M. del 31 ottobre 1997 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 267 del 15 novembre 1997).... aggiungendo che "I nuovi insediamenti realizzati nelle aree di rispetto devono attenersi  alle  prescrizioni  del  D.P.C.M.  5  dicembre  1997  recante "Determinazione dei requisiti acustici passivi degli edifici".

Stante  la  perentorietà  del  precetto  normativo  del  D.M.  del  31  ottobre  1997, non vi è dubbio che i valori di cui al DPCM debbano trovare applicazione a prescindere dall'esistenza di un formale recepimento negli strumenti di pianificazione urbanistica o nei regolamenti edilizi comunali.

Né d'altra parte sul punto può ritenersi che tale opzione interpretativa comporterebbe una irragionevole disparità di trattamento tra cittadini residenti in Comuni, per così dire, "virtuosi", che cioè hanno recepito e dato attuazione alla normativa statale "antirumore", e cittadini di amministrazioni inadempienti al dettato normativo.

La scelta del Legislatore di rimettere alle singole amministrazioni locali la individuazione  delle  concrete  modalità  di  attuazione  della  normativa  statale risulta  infatti  da  un  lato  imposta  dall'attuale  assetto  costituzionale  (art.  117 Cost.),   dall'altro   non   appare   irragionevole   alla   luce   anche   dei   poteri   di sostituzione  e  surroga  attribuiti  alle  Regioni  in  caso  di  inadempienza  da  parte dei Comuni.

E'  poi  da  dire  che  sotto  il  profilo  meramente  privatistico  nulla  impedisce  alla parte acquirente di pretendere da quella venditrice una apposita dichiarazione che garantisca il rispetto  dei requisiti di cui al DPCM, così integrando su base volontaristica e negoziale il contenuto dei contratti di compravendita e rendendo pienamente cogente la suddetta normativa tecnica.

Né   d'altra   parte   sul   punto   possono   trarsi   spunti   interpretativi   decisivi   dal disposto di cui all'art. 11 della L. n. 88 del 2009 (legge comunitaria) con il quale è stato previsto al quinto comma, che "In attesa del riordino della materia, la disciplina relativa ai requisiti acustici passivi degli edifici e dei loro componenti di cui all'art. 3 comma 1, lettera e) della legge (...) applicazione nei rapporti fra privati  e,  in  particolare,  nei  rapporti  fra  costruttori  -  venditori  e  acquirenti  di alloggi sorti successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge"

La circostanza che il Legislatore abbia espressamente escluso l'applicabilità della disciplina  relativa  ai  requisiti  acustici  degli  edifici  di  cui  all'art.  3  comma  1) lett.e)  della  L.  n.  447  del  1995  ai  rapporti  tra  privati  sorti  dopo  la  data  di entrata della riforma, non consente infatti di ritenere in via interpretativa che, per il pregresso, la suddetta disciplina fosse sempre e comunque cogente tra privati.

Resta infatti del tutto irrisolta la problematica inerente l'immediata operatività della normativa tecnica statale, ben potendo la riforma essere stata dettata al fine specifico di escludere per il futuro la applicabilità tra privati del D.P.C.M. 5 dicembre  1997,  nei  casi  in  cui  vi  sia  stato  recepimento  della  stessa  nella normativa comunale.

Infine va rilevato che gli unici (a quanto consta) precedenti giurisprudenziali in argomento (Trib. Milano sent. N. 2600/2001; Trib. Torino n. 2715/07), pur ritenendo immediatamente cogenti i limiti di cui al DPCM nei rapporti tra privati, non hanno minimamente affrontato la questione inerente la necessità del loro previo recepimento da parte della normazione comunale.

Il  problema,  come  già  accennato,  nemmeno  può  dirsi  risolto  alla  luce  della citata pronuncia della Corte Costituzionale, la quale muovendo dal presupposto in diritto della applicabilità del D.P.C.M. 5 dicembre 1997 nei rapporti tra privati, non affronta la questione preliminare della sussistenza dei presupposti per la suddetta applicazione.

In  punto  di  diritto  va  pertanto  esclusa  la  automatica  cogenza  nei  rapporti  tra privati del D.P.C.M. 5 dicembre 1997, ove lo stesso non sia stato recepito dalla normativa attuativa comunale.

E' pertanto decisivo accertare se la normativa comunale abbia o meno recepito il disposto del DPCM in questione.

2.2.1) il Regolamento Edilizio del Comune di Figline Valdarno

Il Regolamento Edilizio del Comune di Figline Valdarno vigente all'epoca della costruzione prevedeva, quanto alla problematica dell'acustica degli edifici che (ART. 49 - REQUISITI ACUSTICI) " Dovrà essere effettuato controllo della pressione  sonora  in  relazione  ai  rumori  indotti  dall'esterno  e  dall'interno,  dai rumori provenienti dagli impianti, dalle apparecchiature ed attrezzature nei vani tecnici.   Pertanto   dovrà   essere   garantito   l'isolamento   acustico   ai   rumori trasmessi   per   via   solida,   per   via   aerea   ed   ai   rumori   d'impatto   (pioggia, grandine);   dovrà   inoltre   essere   verificato   il   livello   di   rumore   prodotto   da elementi   costituenti   il   sistema   tecnologico   e   la   riverberazione   sonora   per garantire il benessere auditivo negli spazi per attività comuni, sale riunioni, spettacolo  e  musica.  Negli  edifici  di  nuova  costruzione,  nelle  sopraelevazioni, negli ampliamenti e nelle ristrutturazioni sostanziali di fabbricati esistenti, deve essere realizzato un adeguato isolamento delle strutture verticali ed orizzontali contro i rumori sia esterni che interni.

Le  pareti  perimetrali  esterne  degli  alloggi  devono  avere  in  opera,  a  porte  e finestre chiuse, un isolamento acustico normalizzato il cui indice di valutazione sia inferiore a 30 decibel.

Cura particolare dovrà essere osservata nelle murature di divisione tra i diversi alloggi  che  devono,  come  minimo,  avere  uno  spessore  minimo  di  20  cm.  e contenere un adeguato spessore acusticamente coibente. Gli impianti tecnici (ascensori,  impianti  idrosanitari,  impianti  di  riscaldamento  e  di condizionamento, ecc.) devono essere opportunamente isolati per impedire la trasmissione del rumore di esercizio.

In particolare deve essere garantita un'adeguata protezione acustica degli ambienti per quanto riguarda:

-   rumori   di   calpestio,   di   traffico   o   di   apparecchi   comunque   installati   nel fabbricato;

- rumori o suoni aerei provenienti da alloggi contigui e da locali o spazi destinati a servizi comuni o da locali per pubblici esercizi

- rumori provenienti da laboratori e da industrie.

Sono fatte salve le diverse o ulteriori prescrizioni deducibili dalla normativa vigente in materia”.

Sul  punto,  va  evidenziato  il  mancato  richiamo  espresso  alle  disposizioni  del DPCM, le quali nemmeno risulta siano state nella sostanza rispettate con riferimento al limite quantitativo dell'isolamento acustico delle pareti perimetrali (30 db).deducibili dalla normativa vigente

Né d'altra parte può ritenersi che il riferimento contenuto nell'ultimo comma dell'art. 49 ("sono fatte salve le diverse od ulteriori prescrizioni deducibili dalla normativa vigente in materia" ) consenta una sorta di automatico adeguamento della normazione comunale a quella "vigente", e quindi anche a quella Statale.

In primo luogo va infatti osservato che l'attuazione di una normativa di grado superiore non può essere effettuata sulla base di un mero richiamo, generico ed aspecifico, alla "normativa vigente" non meglio identificata.

In secondo luogo, si rileva che, al di là di facili suggestioni, è lo stesso comportamento  applicativo  tenuto  dagli  Uffici  Comunali  preposti  ai  controlli, così come evincibile dalla natura delle prescrizioni imposte in sede di rilascio del titolo abilitativo, ove nulla è detto circa i requisiti acustici degli immobili, che evidenziava che alla data di deposito della DIA il Comune di Figline riteneva di non poter effettuare alcun controllo sulla materia in esame.

Come  evidenzia  il  CTU  in  sede  di  ATP  (relazione  depositata  il  4.6.09,  pag.  6 "alla pratica edilizia presentata al Comune per la ristrutturazione non è stato allegato alcun progetto per l'acustica, né la modulistica del Comune lo richiede espressamente, come invece richiede altri progetti a corredo di quello architettonico").

Ciò   esclude   che   con   il   regolamento   in   questione   il   Comune   abbia   dato attuazione alla normativa statale e/o regionale in argomento, così come invece previsto  dalla  L.  n.  447  del  1995,  recependo  il  contenuto  del  D.P.C.M.  5 dicembre  1997,  in  quanto  non  vi  è  alcuna  prova  che  l'ente  territoriale  abbia dato concreta applicazione alla suddetta normativa.

Discende da quanto sopra che la disciplina di cui al D.P.C.M. 5 dicembre 1997 non  è  applicabile  alla  costruzione  di  cui  fa  parte  l'appartamento  oggetto  di causa.

La  diversa  valutazione  giuridica  del  CTU  di  cui  all'ATP  citato,  va  pertanto senz'altro disattesa.

Ciò posto, resta solo da accertare se, al di là dalla mancata applicazione diretta del disposto del DPCM, la mancata rispondenza del fabbricato in esame ai limiti previsti dallo stesso possa integrare "mancato rispetto delle regole dell'arte" e quindi   evidenziare   sotto   tale   profilo,   un   inadempimento   colpevole   della convenuta.

La risposta è negativa.

Invero,  trattandosi  di  norme tecniche non  vincolanti per  i  privati,  delle  stesse non può evidentemente tenersi conto neppure al fine di accertare il corretto assolvimento  da  parte  del  costruttore  degli  obblighi  contrattuali  a  lui  facenti carico.

Diversamente argomentando, si addiverrebbe alla palese violazione del principio di  diritto  sopra  enunciato  in  ordinanza  alla  carenza  di  efficacia  cogente  erga omnes delle disposizioni in esame.

D'altra parte non è stato nemmeno dedotto che la convenuta abbia utilizzato tecniche  costruttive  e  materiali  diversi  da  quelli  comunemente  impiegati  in questo Circondario in epoca precedente alla concreta attuazione del D.P.C.M. 5 dicembre 1997.

E'  pertanto  da  escludere  che  la  accertata  violazione  dei  parametri  acustici, rilevata  dal  CTU  in  sede  di  ATP  con  riferimento  ai  vani  soggiorno  e  cucina (peraltro  rimediabile  con  esborso  limitato),  possa  rilevare  quale  grave  difetto della costruzione ai sensi dell'art. 1669 c.c.-