La maggior parte della gente dedica più tempo a evitare i problemi che a tentare di risolverli

La maggior parte della gente dedica più tempo ad evitare i problemi, che a tentare di risolverli (H. Ford)

martedì 21 agosto 2012

Molestia o disturbo-Esercizio di un diritto-Modalità vessatorie-Configurabilità

Cass. pen. Sez. I, 22 giugno 2012, n. 25033

Con la disposizione prevista dall'art. 660 c.p. il legislatore, attraverso la previsione di un fatto recante molestia alla quiete di un privato, ha inteso tutelare la tranquillità pubblica per l'incidenza che il suo turbamento ha sull'ordine pubblico, data l'astratta possibilità di reazione. Pertanto l'interesse privato individuale riceve una protezione soltanto riflessa e la tutela privata viene accordata anche senza e pur contro la volontà delle persone molestate o disturbate (Cass., Sez. 1, 29 settembre 1994, n. 11208; Cass., Sez. 1, 1 luglio 2002, n. 25045, rv. 238134; Cass., Sez. 1, 30 ottobre 2007, n. 43704, rv. 238134). Il reato consiste in qualsiasi condotta oggettivamente idonea a molestare e disturbare terze persone, interferendo nell'altrui vita privata e nell'altrui vita di relazione.

La contravvenzione prevista dall'art. 660 c.p., richiedendo che l'agente sia mosso da petulanza o da altro biasimevole motivo, suppone il dolo specifico, consistente, come in precedenza detto, nella volontà di interferire inopportunamente nell'altrui sfera di libertà. Ai fini della configurabilità del reato non hanno rilievo le "pulsioni" che hanno spinto ad agire e, pertanto, sussiste il dolo del reato in questione anche nel caso in cui si arrechi molestia o disturbo alle persone allo scopo di esercitare un proprio diritto o preteso diritto, allorché ciò avvenga con modalità arroganti, impertinenti o vessatorie.

Il "biasimevole motivo" è quello che, pur diverso dalla petulanza, è ugualmente riprovevole in se stesso o in relazione alla persona molestata. "Petulante" è, invece, l'atteggiamento di colui che insiste nell'interferire nell'altrui sfera di libertà pur consapevole del fatto che tale intervento non è gradito.

Sussiste la penale responsabilità dell'imputata in ordine al reato di cui all'art. 660 c.p., integrato dalla reiterazione di telefonate moleste effettuate dalla ricorrente ai coniugi E. - T., la cui sfera privata veniva insistentemente turbata in modo petulante, assiduo, insistente, indiscreto e pervicace.